domenica 23 dicembre 2007

Roma, Wolfan Gohete


Roma, 7 novembre.
Sono qui da sette giorni e lentamente si va formando nella mia mente il concetto generale di questa città. Non faccio altro che andare in giro senza riposo; studio la topografia della Roma antica e della moderna, guardo le ruine e i palazzi, visito una villa e l'altra e le cose più meravigliose mi cominciano a diventar familiari; apro solamente gli occhi, guardo, vado e ritorno, poiché solo in Roma è possibile prepararsi a godere Roma.
Confessiamolo pure, è un'impresa ardua e dolorosa, cavar fuori la vecchia Roma dalla nuova; ma si deve fare e sperare in una soddisfazione finale inapprezzabile. Si incontrano da per tutto tracce di una magnificenza e di uno sfacelo che sorpassano ogni nostra immaginazione. Quello che hanno lasciato i barbari è stato devastato dagli architetti della nuova Roma.
Se si pensa che questa città vive da più di duemila anni, a traverso mutamenti così svariati e profondi, e che è ancora la stessa terra, gli stessi monti e spesso le stesse colonne e gli stessi muri, e nel popolo ancora le tracce dell'antico carattere, allora si diventa complici dei grandi decreti del destino e riesce difficile in principio all'osservatore di notare come Roma segue a Roma e non solo la nuova e la vecchia, ma anche le diverse epoche della vecchia e della nuova. Io cerco ora perfino i punti seminascosti, trovando molto giovamento dagli studi precedenti, poiché dal secolo XV in poi sono stati artisti e dotti in gran numero che hanno dedicata tutta la loro vita a questa impresa.
Questa sconfinata profondità opera in noi silenziosamente» quando ci aggiriamo per le vie di Roma in cerca di cose da ammirare. Altrove bisogna cercare attentamente per iscoprire cose che abbiano significato, qui invece ne siamo circondati e riempiti Dovunque si vada o si stia si è sicuri d'aver davanti agli occhi un quadro vario e complesso. Palazzi e ruine, giardini e deserti, vastità ed angustia, cupole e stalle, archi di trionfo e colonne spezzate, e spesso tutte queste cose così vicine le une a le altre che si potrebbero disegnare in un solo foglio. Ma ci vorrebbero migliaia di bulini per esprimere quello che vorrebbe dire una sola penna! E poi la sera si torna a casa stanchi ed esausti per l'ammirazione e per la meraviglia...

Dal Viaggio in Italia, 1787 Wolfang Gohete

giovedì 20 dicembre 2007

Chi è Carmelo Bene??

Chi è carmelo bene? Bè credo sia impossibile spiegare l'inspiegabile, definire ciò che no può esser definito, cioè spiegare chi è Carmelo Bene.
Carmelo Bene è un regista, attore, drammturgo, un filosofo, un intellettuale...é molte cose quest'uomo...e o lo si odia o lo si ama, o lo si capisce o lo si scambia per un pazzo,un pazzo delirante...é proprio così, è questa l'impressione che si ha ascoltando Carmelo Bene, quella di un delirio, apparentemente illogico, ma in realtà razionale e geniale.E' un delirio rappresentazione di una soggettività portata all'eccesso,di una coscienza che comunica non attraverso le parole(intese come simboli o significanti) ma con le parole, con le parole più arzigogolate e onomatopeiche, che sono esse stesse il suono e la voce della coscienza.
Ed é proprio su questi presupposti che Bene impianta la sua riforma, per così dire, del teatro, in cui viene demolito il teatro di rappresentazione(in quanto non c'è nulla da rappresentare: la coscienza, l'io, il non io non possono esser rappresentati), viente cancellata la parte visibile del teatro per dare spazio al teatro delll'udibile, della voce,di una voce amplificata attraverso l'attore e ancor più attraverso il microfono. Il teatro diventa filosofia, riflessione e al tempo stesso poesia, una poesia apparentemente incomprensibile.
Alessandro Baricco parlando di Carmelo Bene dice:"Il fatto è che nell'istante in cui Carmelo Bene pronuncia un parola, in quell'istante, tu sai cosa vuol dire: un istante dopo non lo sai più. Così il significato del testo è una cosa che percepisci, si, ma nella forma aerea di una sparizione. senti il frullare delle ali, ma l'uccello non lo vedi: volato via. così, di continuo, ossessivamente, ad ogni parola. "
Ed è così che attraverso il teatro si può cogliere una filosofia della vita, una riflessione esistenziale un flusso di coscienza....
Ma Carmelo Bene non è solo questo, non è solo teatro tutto ciò che dice e che fa rispecchia il suo pensiero: una visione del mondo fondata sull’individualismo assoluto, sul soggettivismo totale, sulla distruzione del concetto di tempo a favore dell’attimo, sempre fuggente.
Non tutti capiscono Carmelo Bene, egli stesso in un apparizione al maurizio Costanzo Show disse,conscio del fatto di essere in un contesto assolutamente non pre-disposto per l’ascolto e la comprensione di tematiche filosofiche di alto spessore teoretico, per di più applicate al teatro, al cinema, all’arte e all’esistenza in genere:
“È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”

lunedì 17 dicembre 2007

World Clock


Sempre a proposito di orologi,dopo l'orologio dell'apocalisse(tra i post di ottobre)ecco il World Clock, quest'orologio ci informa su quanti bambini stanno nascendo in questo momento, quante persone stanno morendo,quanti si stanno sposando,ammalando, divorziando....Ovviamente il tutto si basa su calcoli statistici tratti da diverse fonti,prima tra tutte l'OMS(organizzazione mondiale della sanità)
per vederlo:
http://www.poodwaddle.com/worldclock.swf

sabato 15 dicembre 2007

The Inner Life of the Cell

povera partia!

"In Italia regna un'aria di delusione" è questo il titolo dell' atricolo di Ian Fischer pubblicato sulla prima pagina del New York Times, dove l'autore sferra una dura critica sul malessere che affligge il nostro paese.

"Tutto il mondo ama l'Italia perchè è antica ma ancora alla moda. Perchè si mangia e si beve bene ma raramente ingrassa o si ubriaca. Perchè è il luogo in un'Europa iperregolata dove la gente discute ancora con perfetta lucidità il significato del rosso al semaforo. Ma in questi giorni, nonostante l'adorazione dall'esterno e le sue forze innate, l'Italia sembra non amarsi": è questo il punto di partenza dell'inchiesta firmata da Ian Fisher che riconosce il malessere nella "insicurezza collettiva, economica, politica e sociale, riassunta da un recente sondaggio: gli Italiani nonostante ritengano di dominare l'arte di vivere, ritengono di essere il popolo meno felice dell'Europa Occidentale.

Le cause di tutto ciò sono da ricercare, secondo l'inchiesta, in "debolezze antiche" come la politica che divide, una crescita non equilibrata, il crimine organizzato e un senso limitato di appartenenza".

"Lo stile di vita italiano low-tech può affascinare i turisti ma l'uso di Internet è tra i più bassi in Europa come i salari, gli investimenti esteri e la crescita mentre pensioni, debito pubblico ed il costo dell'apparato statale sono tra i più alti. Le ultime statistiche mostrano una nazione più vecchia e più povera" osserva Ian Fisher.

Un lungo paragrafo dell'inchiesta viene dedicato a Beppe Grillo "divenuto negli ultimi mesi l'impersonificazione del cattivo umore italiano". I suoi "basta" al'indirizzo della classe politica dimostrano "il legame tra i problemi del sistema politico italiano e lo stato d'animo in continuo peggioramento".

E la crisi si vede anche, secondo New York Times, nella difficoltà di "vendere il concetto di Italia": se da un lato "l'Italia non sembra all'altezza della sua grandezza" in molti campi come il cinema, la televisione, le arti, le letteratura e la musica ancora rimangono "simboli di stile e prestigio come Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo".

In conclusione arriva il paragone con la Repubblica di Venezia: basata nella città più bella ma il cui dominio sui commerci con il Medio Oriente scomparve poco per volta per rimanere ora un'immagine eccezionale visitata da milioni di turisti. Se l'Italia non cambierà lo stesso destino gli potrebbe essere riservato: bloccata dalla grandezza passata, con gli anziani turisti come insicura fonte di sostentamento, la Florida d'Europa".


Ma d'altronde come dargli torto....Credo non ci sia nient'altro da aggiungere all'articolo. Povera patria!!!!!!!

Povera patria!
Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene
quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.

franco battiato

venerdì 7 dicembre 2007

mercoledì 5 dicembre 2007

il poeta dell' immagine




Elliott Erwitt è uno dei più grandi fotografi di fama internazionale. Di origini russe, emigrato negli stati uniti, è stato definito dalla critica come il poeta dell'immagine, non si poteva dare definizione migliore, si comporta prorio come un poeta...in grado di cogliere i particolari più minuziosi della realtà caricandoli di significato e di emotività. E' un fotografo dallo spiccato senso dell'umorismo, "dallo sguardo mai ottimista, ma sempre elegante". La coincidenza, l'incontro fortuito di oggetti e di avvenimenti, sono il suo modo di puntare il dito verso il ridicolo e il buffo di questa società. Il cane è il suo bersaglio preferito, amichevole metafora delle stramberie umane. Ed è proprio con queste ironiche immagini che Erwitt lancia le sue pungenti provocazioni.

martedì 4 dicembre 2007

morire: un diritto costituzionale

Nessuno può essere obbligato a subire un trattamento medico. Un principio costituzionale a cui ora si appella un disegno di legge

È stato presentato al Senato un disegno di legge per l’attuazione di un diritto fondamentale e garantito dalla carta costituzionale: l’autodeterminazione del paziente. È una proposta “semplice”, composta da soli quattro articoli, che ha l’intento di dare concretezza al principio sancito dalla Costituzione italiana (art.32) secondo il quale nessuno può essere obbligato a subire un trattamento medico contro la propria volontà.
Il disegno di legge rende applicabile questo diritto stabilendo il corrispondente dovere del medico o dell’operatore sanitario ad astenersi da qualsiasi trattamento che non sia obbligatorio per ragioni di salute pubblica. Tra i trattamenti medici che è lecito rifiutare sono compresi anche quelli necessari alla sopravvivenza. La decisione di sospendere tali trattamenti, anche qualora comporti la morte, è quindi riconsegnata totalmente al paziente e la loro mancata erogazione non costituisce reato.
L’iniziativa è una risposta alla questione sollevata da Piergiorgio Welby, la prima che non lasci margini ad incerte interpretazioni e che possa corrispondere all’urgenza assoluta della sua richiesta. Primo firmatario della proposta è il senatore Massimo Villone seguito da Ignazio Marino, presidente della Commissione Sanità, Cesare Salvi, presidente della Commissione Giustizia, Furio Colombo, Valerio Zanone, Gianni Battaglia e Nuccio Iovene. (c.l.)

articolo tratto da
http://www.galileonet.it/news/7663/lautodeterminazione-e-un-diritto

Credo sia assurdo, in un paese che si conidera civle, dover ancora discutere su questa tematica.........Spero che questa non rimanga una sola proposta di legge.....che si abbia la libertà di poter scegliere e che si ponga finalmente fine alla tortura di dover subire trattamenti medici che costringono a una vita, che non può neanche essere definita tale.

lunedì 3 dicembre 2007

Rothko 2.


"Dipingo quadri molto grandi anche se mi rendo conto che storicamente questo tipo di dipinti ha un che di grandioso e di pomposo. Se lo faccio, tuttavia,(...) è proprio perchè voglio essere intimo e umano. Dipingere un quadro piccolo significa porsi sl di fuori della propria esperienza, cosiderarla (...) attraverso una lente riducente. Invece quando dipingi un quadro più grande,in qualsiasi modo tu lo faccia, ci sei dentro."

Rothko.

Rotkho

Non sono semplici sovrapposizioni di rettangoli colorati,non sono semplici pennellate o semplici acosstamenti di colori, non sono questo i quadri di Rothko. Sono il frutto di un percoso atristico ed esistenziale, sono espressione di una tensione portata al massimo, e la rappresentazione della vera essenza della realtà, dello spazio, della prospettiva,di una percezione visiva puramente mentale... questo sono i quadri di Rothko.

Nella tela lo spazio perde ogni sua consistenza materiale e la realtà pittorica emerge dalla semplice successione ritmica dei movimenti all' interno del quadro, l'arte non è più figurativa, ma diventa musica e ritmicità, una ritmicità avvolgente, quasi palpabile... ed è così che nasce il concetto di plasticità elaborato dall' artista:



"in pittura la plasticità scaturisce da un sensazione duplice di movimento,sia dentro la tela che nello spazio antistante ad essa. Di fatto l'artista invita l'osservatore ad intraprendere un viaggio dentro l'universo de quadro. L'osservatore deve muoversi insieme alle forme realizzate dall'artista, dentro e fuori, in diagonale e in orizzontale, deve curvarsi in prossimità degli elementi sferici, attraversare un tunnel, scivolare giù per i declivi, saltare da un punto all'altro come attratto da una calamita che lo spinge a percorrere lo spazio, a penetrare in recessi misteriosi, e se il dipinto è riuscito, farà tutto questo a vari intervalli correlati. Questo viaggio è l'ossatura, l'anima dell' idea".




Ed è così che alternando luminosità e oscurità Rothko si concentra sulle pure proprietà pittoriche quali il colore, la forma, le dimensioni, le proporzioni, spinto dalla convinzione che questi elementi possano svelare la presenza di una alta verità filosofica. Gli elementi visivi come la luminosità, l'oscurità, lo spazio, il contrasto di colori vengono collegati dallo stesso artista a temi profondi come la tragedia, l'estasy e il sublime; l'immagine astratta può da sola rappresentare la fondamentale natura del dramma umano.


Sulla scia della teoria di Nitzshe sulla polarità tra l' Apollineo e il Dionisiaco, Rothko nelle sue opere bicromatiche arriva a rappresentare l'opposizione binaria tra elementi razionali o astratti contro elementi emotivi, istintivi o tragici.











Al termine del percorso i colori e le forme scompaiono, sembra di osservare il nulla da un angolo della terra, la tela diventa scura, nera, svanisce l'invito in un viaggio all'interno del quadro, l'osservatore appare costretto a un'isolamento che lo avvolge e lo costringe a guardare dentro se stesso.